DISORDER

non saprei…


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anestesia

così doloroso il risveglio.
ti prego, altra morfina.
morfina.

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non devi mai guardare indietro

ogni volta che sento quella canzone il ricordo torna.
riflesso condizionato di una dipendenza.
amaro e desiderato come la cocaina.
ma non sono più quella là.
non è dipeso da te questa volta.
della creatura che fui resta solo una carcassa spolpata.

quando i ricordi diventano malinconia capisci che stai invecchiando.
il tempo è andato, si tratta solo di tirare avanti.
il futuro immaginato non esiste.


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mobbing

disclaimer: avevo bisogno di sfogarmi, il post è un po’ così

non ho malizia.
questo è un problema.
quasi tutto quello che faccio o dico viene interpretato in modo errato.
sono onesta, così onesta da non saper mentire.
dunque il mio posto di lavoro è a rischio.
pensate un po’.
periodicamente viene fatta una riunione per accusarmi di atteggiamento sbagliato e minacciare di lasciarmi a casa prima della scadenza del contratto.
di un lavoro precario oltretutto.
ogni volta cado dalle nuvole perché proprio non capisco dove sbaglio e loro mi dicono soltanto “è questione di atteggiamento”.
allora ho chiesto in giro, per capire che impressione davo.
pare che qualcuno mi abbia sentito parlare con un collega, nella pausa pranzo, e dire che preferirei fare il mio lavoro invece di questo, inoltre non sorrido abbastanza.
ovviamente il discorso era più complesso, dicevo che certo nel mio lavoro sono più brava, so cosa devo fare, e preferirei farlo, ci si adegua per sopravvivere, ma ognuno sente quello che vuole.
bene, questa cosa ha fatto il giro dell’azienda come se avessi detto la peggiore eresia e da allora sono messa alla gogna.

vi chiederete, ma che lavoro fai?
ebbene, io ho lavorato per 15 anni come creativa in agenzia di comunicazione, poi la crisi, l’età, il curriculum di profilo alto, la solita storia, mi son trovata senza lavoro e senza riuscire a trovarne un altro.
allora mi sono rimboccata le maniche e ho fatto di tutto finché non sono finita qui, un ufficio di servizi, senza contatto col pubblico, per un grosso gruppo bancario.
non mi piace, ma è un lavoro, non deve per forza piacermi.
questo non va bene, non va affatto bene.
vogliono che dica che mi piace moltissimo, come fosse la prova necessaria per dimostrare la mia più totale prostrazione e devozione.
no, signori, non ce la faccio, preferisco fare scena muta.
“devi allinearti, riconfigurarti” che brutti termini che usano.

ma in che mondo viviamo?


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sono solo packaging

sono tornata qui con fatica.
è che ho questa cosa da dire, sta lì in gola e non riesco a dirla.
non riesco a scriverla.
non so spiegarla.
un conato di vomito strozzato.
dio, che nausea!
quanto è dura questa battaglia.
mi sono dovuta accantonare.
ho lasciato estinguere chi sono.
troncato tutti i legami.
allontanato, sradicato, cancellato la memoria del sentire.
non sono anima, non sono cuore, non sono carne.
sono solo un obiettivo.
procedo a testa bassa perdendo pezzi lungo la via.
se arriverò al traguardo io non sarò più.


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va bene così

sono diventata arida.
non amo davvero.
non mi diverto davvero.
non soffro davvero.
non sento niente.
le persone, le cose, la vita, mi sono indifferenti.
talvolta mi sembra di essere ancora quella là, ma è una finzione, è andata via.
non c’è più nulla di importante.
non tu, non loro, non le idee, non i sogni.
ho smesso di crederci.
tiro avanti aggrappata a qualcosa che non ricordo.
ma sì, è lo stesso.


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è andata così

finisce così la nostra amicizia?
senza nemmeno un addio.
una discussione su inezie che celava cancri più grandi.
l’ho fatto apposta.
a discutere intendo.
la vita è troppo dura per appendere al cuore zavorre che non portano a niente.
storie cristallizzate, ferme.
mi accorgo del vuoto per sbaglio.
dopo un mese di silenzio, non esisti improvvisamente più.
sarai sempre una parte di me, ovunque tu sia.